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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(11)

 

Nei capitoli 12-14 della prima lettera ai Corinzi Paolo affronta un nuovo problema che i fedeli di quella comunità cristiana gli avevano sottoposto: quello sui carismi, o doni particolari dello Spirito Santo alla Chiesa. E' la terza questione relativa al comportamento da tenersi nelle assemblee liturgiche e di preghiera, dopo quella sull'abbigliamento delle donne e quella sulla celebrazione della "Cena del Signore" (cap. 11). In questo numero ci limitiamo a leggere il cap. 12 della 1 Cor.

MOLTI DONI, UN SOLO SPIRITO (12,1-11)

Secondo gli Atti degli Apostoli (2,42) le prime comunità cristiane erano assidue all'insegnamento degli apostoli, allo spezzare del pane (eucaristia), alla preghiera e alla condivisione dei beni con i più poveri. Gli Atti continuano dicendo che per mano degli apostoli avvenivano prodigi e miracoli, cosicché suscitavano ammi-razione e adesione alla fede in Gesù messia e salvatore; si formarono così le prime comunità a Gerusalemme e poi in varie località della Palestina e fuori, per opera degli apostoli come Paolo. Questa diffusione della fede in Gesù suscitava dei problemi, ma vi erano anche "le cose meravigliose" che accompagnavano l'espandersi di questa fede, come i prodigi e miracoli avvenuti alla Pentecoste e in seguito. Gli apostoli erano divenuti capaci di parlare e di operare in modo prodigioso perché su di essi era sceso lo Spirito Santo, annunciato e promesso da Gesù (vedi, per es., Gv 16,7): era lo Spirito che dava a loro il potere di operare cose straordinarie, inerenti alla missione che Gesù aveva loro affidato (vedi Atti 2,1-4).

a) Una chiesa ricca di doni spirituali o "carismi "

Il primo prodigio verificatosi alla Pentecoste fu quello delle lingue, per cui la folla di persone di varia

provenienza e lingua, presenti al primo discorso di Pietro, udirono e compresero ciascuno nella propria lingua ciò che Pietro diceva. Questo "parlare in lingue" divenne una specie di frase fatta per indicare non solo il prodigio della Pentecoste, ma anche un modo particolare di esprimersi nelle riunioni delle comunità cristiane, che aveva del prodigioso, anche se non nel senso del discorso di Pietro. Si verificavano, nelle riunioni e nella vita della comunità, anche altre cose straordinarie in cui si riconosceva una presenza dello Spirito, per cui questi fenomeni straordinari vennero naturalmente chiamati "doni spirituali". San Paolo introducendosi a parlare di questi problemi dice: «Quanto alle (cose o doni) spirituali» (12, 1), tenendo presente che con la parola "spirituali" si intendono doni dello Spirito Santo, non capacità dello spirito umano, dell'anima. La parola carisma è greca e deriva da charis, cioè carità, nel senso di grazia, donazione gratuita. (E' diventata popolare, com'è noto, da quando hanno preso vita i gruppi di rinnovamento nello Spirito, detti anche "gruppi carismatici"). In varie lettere Paolo parla dei carismi e ne dà qualche elenco (vedi 1Cor 12,8-10: 12.28: 14,26; Rom 12,6-8; Ef 4,11); ma tratta del "parlare in lingue" solo in 1Cor e lo elenca all'ultimo posto.
Questo dono che, a quanto pare. i corinzi apprezzavano e desideravano particolannente. per Paolo non era il più importante. Il carisma del "parlare in lingue", era il fenomeno per certi versi più vistoso, anche se non conosciamo bene come si manifestasse. Paolo entra in argo-mento (12,1-3) senza dare spiegazioni. di cui i corinzi non avevano bisogno, e ne parla come di una realtà normale nella chiesa, non solo a Corinto. In questi primi versetti egli si richiama a esperienze che i corinzi potevano aver fatto - o cui potevano avere assistito - nella pratica reli-giosa pagana. Nel corso di certi riti, propri delle religioni dette "misteriche", gli adepti si la-sciavano prendere da entusiasmo religioso, per cui venivano rapiti quasi in estasi e perdendo il controllo di sè lasciavano sfuggire parole e frasi più o meno incomprensibili; si sentivano come invasati dalle divinità, che Paolo chiama ironicamente "idoli muti". Qualcosa del genere sembra che avvenisse nelle riunioni dei cristiani: nei momenti di pre-ghiera vi era chi preso dall'entusiasmo religioso entrava in estasi e la sua preghiera non era più comprensibile dai presenti che ne venivano di sturbati più che invitati a parteciparvi e quindi a restarne edificati. Paolo appare subito preoccupato di queste manifestazioni per cui invita la comunità a fare attenzione a fenomeni di questo genere, nel senso che qualcuno in quello stato incontrollato, potrebbe dire parole o espressioni fuori o contro ciò che afferma la fede o esige la morale cristiana. Paolo quindi afferma che segno della presenza dello Spirito è anzitutto la conformità con la fede cristiana di ciò che viene detto, noi diremmo la conformità con l'ortodossia. Paolo dice in modo stringato e anche paradossale che l'affermazione "Gesù è il Signore" - che è la più antica formula della fede cristiana - è segno della presenza dello Spirito Santo, mentre il suo opposto, "Gesù è anatema", cioè un maledetto, è la negazione stessa della fede e quindi segno certissimo che non è lo Spirito Santo ad animare chi la pronunciasse. Ciò non significa che ciò sia successo; Paolo mette in guardia i suoi fedeli ricordando due estremi opposti per rendere più chiaro e inequivocabile il suo pensiero e perché i suoi fedeli non abbiano alcun tentennamento in materia.

b) La fonte unitaria e trinitaria dei doni

La catechesi sui carismi prosegue risalendo alla loro fonte unitaria e trinitaria, cioè al Dio che ci ha rivelato Gesù Cristo, per cui Paolo afferma che i carismi in quanto sono doni risalgono all'unico Spirito, in quanto sono servizi (alla comunità) risalgono all'unico Signore Gesù, in quanto operazioni attive risalgono all'unico Dio (il Padre), fonte di ogni attività in tutti (12,4-7). Paolo appare immerso nell'ineffabile Dio uno e trino, generoso nei suoi doni alla chiesa di Gesù, dei quali anch'egli gode per poter compiere la sua missione presso ogni popolo, adattandosi al la sua cultura. Intanto era importante per Paolo affermare che nessuno può pretendere di esprimere una religiosità cristiana autentica senza lo Spirito Santo, cioè senza un dono, una grazia che viene dallo Spirito il quale distribuisce i suoi doni a chi vuole e come vuole. Perciò, dopo avere indicato l'origine di ogni dono nella chiesa. elenca altri doni, oltre a quello della preghiera estatica (12,8-10).
Prima però ricorda che «a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per ciò che è utile» (12,7), cioè nessuno è escluso dai doni dello Spirito e ogni dono è dato per l'utilità della comunità, e più in generale della chiesa, non perché chi lo riceve se ne vanti. Paolo qui ci offre un primo elenco di nove carismi: due legati alla "parola" cioè i doni della sapienza e della scienza; tre relativi ad opere prodigiose: i doni della fede, delle guarigioni e dei miracoli; altri quattro connessi ancora col ministero della parola: i doni della profezia. del discernimento degli spiriti e finalmente il dono di parlare in lingue e quello di interpretare tale linguaggio. Negli altri elenchi, indicati sopra, i carismi sono meno numerosi e non sempre gli stessi: evidentemente si tratta di elenchi esemplificativi, non completi; certamente Paolo non presume mai elencarli tutti, cosa impossibile di fronte alla "creatività" dello Spirito! Qualcuno di questi doni non è immediatamente comprensibile per noi né facilmente distinguibile da qualche altro molto affine. In questo elenco Paolo inizia con i doni della sapienza e della scienza.
Possiamo distinguerli intendendo per sapienza non solo il dono di comprendere e approfondire il messaggio di Gesù, la sua persona e la sua opera di redenzione, ma di gustare e far gustare ad altri quanto si riferisce a Gesù; pensiamo a quanto diceva Paolo al cap. 2,6-16 di questa lettera sulla "sapienza della croce". Il carisma della scienza, oltre alla conoscenza di quanto riguarda Gesù, sembra legato anche alla capacità di comunicare tali conoscenze a tutti e specie ai convertiti recenti, o neofiti, mediante l'istruzione catechistica. Seguono tre carismi che implicano interventi prodigiosi. Anzitutto la fede: qui non si tratta della virtù teologale che tutti i cristiani possiedono come base della loro vita di seguaci di Gesù; si tratta invece di quella fede di cui parlerà Paolo all'inizio del prossimo cap. 13,2, dove richiama una frase di Gesù (vedi Mt 17,20; 21,21). Paolo dice: «Se avessi una fede talmente grande da trasportare le montagne». Possiamo definire questa fede come quella assoluta fiducia in Dio che spinge a compiere opere importanti (evangelizzazione, fondazione di nuove chiese, opere di carità a favore dei fratelli), nonostante difficoltà insormontabili a giudizio della saggezza umana e dei mezzi disponibili. I doni delle guarigioni e dei miracoli ci sono testimoniati dagli Atti degli apostoli per la chiesa primitiva; come nella vita di Gesù, la maggior parte dei miracoli consisteva in guarigioni, ma gli Atti registrano anche delle "risurrezioni" operate da Pietro e da Paolo. Del resto Gesù aveva detto ai suoi discepoli che avrebbero operato cose anche maggiori di quelle che aveva compiuto lui stesso (vedi Gv 14,12). Gli ultimi quattro carismi sono ancora connessi con la parola.
Anzitutto la profezia, intesa come discorso di illustrazione dei misteri cristiani, di esortazione, di messa in guardia, di incitamento, fatto sotto l'influsso dello Spirito. Paolo ritornerà su questo importante carisma nel cap. 14. Il discernimento (cioè: valutazione, giudizio) degli spiriti è un dono che ha fatto fortuna nella storia della spiritualità cristiana e nella direzione spirituale. Si tratta della capacità, arricchita dal carisma dello Spirito, di penetrare nel cuore di altre persone per valutare se le loro intenzioni, parole e opere sono animate dallo Spirito Santo o da uno spirito malvagio o da interessi personali. L'elenco si conclude con il dono delle lingue e della interpretazione che rendeva comprensibile alla comunità la lingua di chi pregava in stato di estasi. Alla fine (12,11) Paolo ripete che tutti i doni risalgono all'unico Spirito, come alla loro fonte. Il cristiano non può pretenderli né procurarseli con qualche tecnica; può solo riceverli e disporsi a valorizzarli per il bene dei fratelli della comunità.

MOLTE MEMBRA, UN SOLO CORPO (12,12-31)

Proseguendo nella sua catechesi Paolo si diffonde ora a illustrare la realtà dei carismi che fiorivano nella comunità di Corinto mediante l'immagine ben conosciuta nel mondo greco-latino contemporaneo a Paolo: quella del corpo e delle membra.

a) Il corpo è costituito di molte e varie membra

Nell'immagine del corpo con le sue varie e molteplici membra Paolo trova una illustrazione efficace e ben conosciuta della misteriosa realtà che ha "scoperto", o forse solo intuito, fin dalla sua conversione, cioè fin dal suo primo impatto con Cristo. Da lui ha udito parole strane, incomprensibili: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Io sono quel Gesù che tu perseguiti» (vedi Atti 9,4-5). Con tutta probabilità Paolo non aveva conosciuto personalmente Gesù, nella sua vita terrena, ma quelle parole gli si sono impresse nell'animo e sono maturate nella rivelazione della profonda unità tra il Cristo risorto e i suoi seguaci: essi formano tra loro un unico organismo vivente. Il corpo umano con le sue diverse membra gli ha offerto una immagine espressiva per dare di quella realtà misteriosa un'idea valida e ricca di conseguenze concrete: da una parte l'unità del principio vitale che anima tutti i seguaci di Cristo nella loro esistenza; dall'altra, l'attività varia e molteplice di ciascuno in funzione dell'utilità, della crescita e del bene spirituale di tutti i fratelli. Paolo inizia al v. 12 paragonando in modo chiaro immagine e realtà: «Come il corpo così Cristo».
Pensando alle persone che compongono la comunità, ci si aspetterebbe «così la chiesa», la realtà che ci è sotto gli occhi; ma Paolo va alla realtà più profonda, l'unità organica, vitale che unisce i cristiani. Il battesimo nello Spirito, cui accenna subito dopo, ci ha reso membra di Cristo, come dirà più esplicitamente al v. 27: «Voi siete il corpo di Cristo e sue membra». Lo Spirito in cui i cristiani sono stati battezzati, cioè "immerse di cui sono imbevuti, è lo Spirito di Cristo che diventa come l'anima di questo misterioso corpo; in esso ciascuno è un membro, diverso dagli altri, chiamato a dare il suo apporto al benessere dell'intero corpo di Cristo, come le singole membra del corpo umano contribuiscono al benessere del corpo, ricevendo a loro volta vitalità ed energia per la propria funzione. Dilungandosi nella descrizione e nel confronto tra le varie membra (12,14-26), Paolo ricorda che sarebbe assurdo che tutte le membra pretendessero di essere un solo membro che a loro sembra più importante, o che uno non si sentisse importante perché non è come quell'altro. Così non ci sarebbe nessun organismo!

b) La Chiesa bisognosa di tutti i suoi membri

Scrivendo questa pagina Paolo ha presente la situazione di Corinto dove, a quanto pare, il carisma del parlare in lingue era particolarmente ambìto e ricercato. Sembrava che desse maggior prestigio di altri carismi a chi lo possedeva, forse perché mostrava in modo più vistoso la presenza dello Spirito. Come abbiamo detto, negli elenchi che Paolo fa dei carismi, questo delle lingue, quando è nominato, viene all'ultimo posto. Paolo lo riconosce come un carisma, ma guardando complessivamente alla realtà della chiesa, vede in vari altri carismi - elencati al v. 28 - la maggiore utilità per la vita del corpo di Cristo, per la crescita nella fede, per l'esercizio della solidarietà e quindi per la coesione tra i membri della comunità cristiana, come per es. il carisma di governo della comunità. Il carisma delle lingue, come gli altri, non era di tutti, ma poiché era il più visibile rischiava di dividere invece di unire, perché chi ne godeva poteva apparire un cristiano privilegiato. Paolo ha cura di ridimensionare questa mentalità per portare tutti a considerare l'utilità di ogni carisma per tutto il corpo di Cristo. Nessuno deve invidiare i doni degli altri: è una mentalità infantile da superare. L'ultimo versetto, 12,3 1, è un invito di Paolo a non lasciarsi troppo incantare dai doni particolari che lo Spirito concedeva alla chiesa per aiutare la sua crescita, per consolidare la fedeltà a Cristo e per attirare altre persone alla fede cristiana. I carismi possono esserci o non esserci, ma c'è una realtà fondamentale, indispensabile a tutti e a ciascuno, che tiene compatto il corpo di Cristo e che Paolo chiama la «via» per eccellenza in cui tutti devono camminare: è la carità di cui l'apostolo tesse l'elogio nel celebre inno del cap. 13, la perla più preziosa di questa lettera.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Spesso le persone consacrate sono più portate a umiliarsi, come si dice, dinanzi a Gesù. Ma riconosco che l'umiltà è verità che porta a scoprire i doni che il Signore mi ha fatto, come Maria che ha riconosciuto "le grandi cose" che in lei, l'umile serva, aveva compiuto il Signore?

2) Sono portata a invidiare capacità e doni di altre sorelle, o comunque di altre persone vicine alla mia vita, piuttosto che riconoscere e ringraziare Dio per quello che ha donato a me, sia come capacità personali, sia come situazioni concrete di vita?

3) Cerco di informarmi di quanto avviene nella Chiesa soprattutto di bene, che di solito resta nascosto, per sentirmi stimolata a diventare gioiosamente un membro sempre più vivo e operante di essa?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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